lunedì 24 novembre 2014

Bassanini "Chi investe in Rocco Forte è FSI nella sua autonomia"

Ringrazio il prof. Bassanini, incontrato sabato 22/11/14 ad un convegno fiorentino, per avermi permesso di scambiare con lui due impressioni veloci sul tema dell'investimento fatto da FSI nel Gruppo Forte, oggetto del mio precedente post.



Il prof. Bassanini mi ha - gentilmente ma fermamente - contestato il titolo del mio precedente post: dice che non è vero che CDP investa in Rocco Forte, ma lo sta facendo FSI nella sua autonomia.
A me il prof. Bassanini sta simpatico, trovo che dica spesso cose molto argute, e non ho nessun motivo di non credergli: prendo quindi atto, chiedo scusa del mio fraintendimento, che riprendeva articoli di stampa non sempre completi, anche se devo dire che il legame tra CDP e FSI appare piuttosto forte a occhi poco addestrati come i miei.

Veniamo però alla parte più interessante, e di sostanza, del breve colloquio col prof. Bassanini.

Dice il prof. Bassanini che FSI si è guardato attorno ed in Italia non ha trovato un gruppo alberghiero degno di fare partnership con FSI, in grado di fare una strategia attrattiva del turismo mondiale nel nostro paese.
Probabilmente (ma non l'ha detto) si riferiva a quelle catene che sono andate in crisi perché sovra-indebitate a causa di eccesso di investimento immobiliare. Difficile dargli torto. Però....

Alessandro Rosso mi sembra un imprenditore italiano con capacità e strategia molto più chiare di Rocco Forte: allora perché coinvolgere Rocco Forte?
Elena David ha capacità da vendere, purtroppo si è occupata (bene) di un gruppo che dal punto di vista immobiliare ha fatto errori macroscopici e non ha tenuto conto della crisi incipiente.
La famiglia Fabri proprietaria degli Starhotel probabilmente è oggi il gruppo italiano immobiliarmente più solido nel settore alberghiero, che se deve approvvigionarsi di finanza ha più successo guardando fuori dell'Italia che in Italia.

In Italia nel turismo abbiamo risorse straordinarie, conosco delle realtà medie che stanno faticosamente crescendo e che se avessero il supporto finanziario adeguato (che non trovano) potrebbero dare delle grandi soddisfazioni al nostro turismo.

Certo si deve avere la pazienza di investire nella crescita di aziende medio piccole proprie del nostro tessuto economico, piuttosto che cercare la partnership con una realtà apparentemente grande (sebbene con parecchi problemini).
Posso dire che il "turismo" in Italia è trattato sempre da cenerentola, e ce se ne accorge solo quando si ha l'acqua alla gola e vi si ricorre per provare a tirarci fuori dai guai, senza una visione?

In questo quadro davvero non capisco la scelta strategica di un gruppo inglese che di Italiano ha solo il nome, ed anche dal punto di vista della solidità fa nascere molti dubbi: un gruppo che rischia di fare concorrenza alla libera iniziativa privata italiana, anche grazie a probabili trucchetti fiscali di profit shifting, senza con questo dare supporto ad una strategia di promozione del nostro paese all'estero.

Ancora sulla strategia di CDP e FSI: io posso anche condividere l'esigenza di finanziare gli enti pubblici disastrati utilizzando CDP, ma è cosa completamente diversa da quella di una chiara e sensata strategia in materia turistica, che per ora non ci è dato di conoscere.

Dubito che alcune scelte di immobili selezionati per l'operazione CDP-FSI-RF di cui si vocifera (e che non sono pubbliche) siano quelle giuste per ottenere gli obiettivi che sembrano sottostare.
Insomma: ancora una volta di turismo ce se ne occupa per risolvere problemi dell'industria immobiliare, replicando i problemi che abbiamo visto nascere negli ultimi 15 anni.

Ripeto la domanda: ma  Federalberghi e Assohotel o Confindustria Alberghi non hanno nulla da dire su questo?


















domenica 9 novembre 2014

Perché Cassa Depositi e Prestiti investe in Rocco Forte?

Intanto diamo la notizia che è del 7/11(Il Sole 24 Ore Radiocor)

""Il Fondo Strategico Italiano e il Gruppo Rocco Forte Hotels hanno sottoscritto un accordo di investimento che prevede l'ingresso del Fondo nel capitale del gruppo alberghiero, per un piano di sviluppo incentrato sull'Italia. 
Lo comunica la Cassa Depositi e Prestiti, precisando che l'accordo, che rappresenta la prima iniziativa di Fsi nel settore turistico, prevede l'ingresso di Fsi e Fsi Investimenti (societa' detenuta per circa 77% da Fsi e per circa 23% da Kuwait Investment Authority) nel 23% della societa' alberghiera, con sede a Londra, per un importo di 60 milioni di sterline, pari a circa 76 milioni di euro. L'operazione e' interamente effettuata in aumento di capitale.""

La notizia circolava da luglio scorso, vedasi l'articolo di Stefano Sansonetti su  Notiziagiornale.it, ma la conferma mi è arrivata via Twitter da @giusva82, che ringrazio.

La domanda è, perché mai CDP investe nel Gruppo Forte?

Intanto va ricordato che Il Gruppo Rocco Forte ha sempre avuto rapporti piuttosto diretti con l'ente pubblico.
Come ricorda Sansonetti, qui si tratta dello Stato che interviene direttamente o indirettamente anche attraverso Fondo Strategico Italiano in un'attività immobiliare di un gruppo privato quotato a Londra acquisendo il 23% del capitale sociale.

Anche l'operazione Perla Ionica di cui abbiamo parlato in Agosto 2014 (vedi la parte finale di questo post) aveva caratteristiche simili, una società controllata da un fondo estero (Qatarino), e l'immissione di finanziamenti pubblici (solo per la ristrutturazione dell'hotel).

Siamo d'accordo con chi pensa che il sistema alberghiero italiano sia oggi squalificato dalla caduta rovinosa di albergatori (per amor di patria evito di nominarli) che negli anni 2000 hanno fatto confusione tra attività immobiliare e attività alberghiera, cercando di costruire imperi immobiliari a leva.
Siamo convinti che per ripartire si deve immettere denaro fresco, destinato al ammodernamento delle strutture e la riorganizzazione manageriale dei gruppi.

Quello che non è chiaro però, che cosa c'entri in tutto questo lo Stato e un gruppo privato, che se va bene riuscirà a metter mano a 3 o 4 hotel.
Le società straniere hanno capito molto bene come trovare i soldi per fare le loro operazioni in Italia, utilizzando denari pubblici, che gli attori italiani indeboliti dalla crisi o indifferenti all'investimento nazionale, non vogliono o possono più utilizzare.

Per trovare la soluzione (una soluzione "di larga scala" si deve rispondere alla domanda del perché nessuno investe in Italia (a meno che non utilizzi i soldi pubblici per l'acquisto o la ristrutturazione). 

Non si risolve la questione del "TURISMO" italiano con 4 operazioni, nemmeno con 10, ma ripensando i modelli di business, cambiando le leggi che bloccano la riorganizzazione delle società di gestione, cambiando le norme in materia urbanistica (turistico-alberghiera),  modificando la tassazione, introducendo strumenti moderni per la raccolta dei capitali di rischio, come i fondi comuni immobiliari alberghieri (che in Italia non ci sono mentre all'estero sì).

Non bastano 70 milioni, e nemmeno 100, ma servono dei miliardi al turismo italiano per tornare prepotentemente sul mercato. E questi capitali si possono attrarre cambiando le regole che bloccano gli investimenti.

Il giornale La Repubblica ipotizza che dietro a questa operazione ci sia l'intendimento del Demanio di vendere al Gruppo Forte ""alcuni degli immobili di pregio rilevati dal Demanio, una volta riqualificati potranno essere offerti per la gestione a catene alberghiere. I primi immobili sono già stati individuati a Venezia, Bergamo e nelle province di Verona e Torino, per un valore di 90 milioni di euro"".

In sostanza si tratterebbe di una valorizzazione di immobili pubblici fatta con denaro pubblico che transita per una società quotata estera, anche se ha un nome italiano ma un brand molto british.

Se questo serve a mostrare che si vendono immobili pubblici, mentre in realtà 76 milioni li investe CDP e 90 li incassa il demanio (con Rocco Forte che investe una minima parte dell'equity, e poi chissà cosa otterrà in termini di finanziamento della trasformazione), beh a me interessa poco: è un'operazione di abbellimento dei bilanci che posso perfino condividere.

Tra l'altro il FT scrive:
""The cash injection (nel Gruppo Forte) will in part go towards paying down debt. Rocco Forte Hotels has £105m of net debt and the group’s Sicilian resort has £85m of net debt.

The group was hit by the credit crunch and suffered a 40 per cent drop in turnover. Sir Rocco sold Le Richemont in Geneva and the Lowry in Manchester to help pay off debt.""


Ma se si pensa che questo possa essere il modello per lo sviluppo turistico del Paese, allora dico chiaro quello che penso: NO.
Ma tanto la prova al contrario non è possibile.
Ben che vada fra 10 anni si scoprirà che si sono trasformati alcuni immobili demaniali in hotel (speriamo) funzionanti, con qualche addetto in più e un po' di PIL aggiuntivo, se non sarà PIL sostitutivo rispetto a quello prodotto adesso da hotel obsoleti che nel frattempo si dovranno chiudere.

La strada per lo sviluppo "fisico" del turismo italiano, che pure serve, va affrontata in modo diverso, partendo dalla separazione di proprietà immobiliare e società di gestione, dalla introduzione di contratti di management, dalla revisione della fiscalità del settore, altrimenti avremo aziende che fanno concorrenza con i soldi dello Stato ad altre completamente in mano ai privati.

Si deve fare un'operazione di largo respiro, che coinvolga migliaia di hotel, e che lanci per davvero il turismo.
Di nuovo non capisco perché Federalberghi continui a tacere su questo.











sabato 8 novembre 2014

Chi attacca il Made in Italy? In risposta a Andrea Arrigo Panato

Devo ringraziare Andrea che mi ha solleticato su un tema del quale mi occupo con passione, quello del Made in Italy, fortemente legato a quello dell'ospitalità, di cui mi occupo professionalmente: due temi interconnessi e vediamo presto perché.
Come sanno i 6000 ospiti (albergatori e architetti) che abbiamo avuto nel corso degli anni ai convegni su Hotel Design, quello dell' Italianità è il filo conduttore dei tre libri da me curati e di una settantina di convegni tenuti in tutte le regioni italiane nel corso di circa 10 anni.

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La questione del Made In è diventata centrale, oggi i mercati sono sempre più regolati, il consumatore sa tutto delle aziende, dei brand e dei prodotti, ed anche il casus belli che ha dato origine al post di @commercialista (quello Gabanelli Moncler, tanto per intenderci) riguarda aspetti di trasparenza dell'attività produttiva e di Paese d'Origine (Made In) del piumino Moncler.

Il luogo di origine di un prodotto o servizio permette al consumatore di fare una valutazione della qualità del prodotto/servizio stesso. Per il consumatore, sapere dove viene materialmente fatto un certo prodotto, si riflette sulla sua valutazione di tre fattori fondamentali per la decisione d'acquisto:
a - salute e sicurezza
b- qualità generale
c - standard ecologici
Il "Made In" dice molte cose sugli aspetti produttivi come tecnologie utilizzate, aspetti legali, etica del lavoro e più in generale, sicurezza e salute, ecc.
Inoltre ci dice quali ingredienti vengono utilizzati per la produzione, la loro autenticità, la loro relazione con la tradizione e l'esperienza del produttore, in quanto il prodotto acquistato nasce immerso in un processo che comprende un intero territorio.

Oggi i consumatori sono molto attenti alla dimensione etica che sta dietro ai metodi produttivi di quello che acquistano, e - proprio per questo - alla zona di origine del prodotto. Infatti i consumatori desiderano che i beni vengano prodotti correttamente, perciò "dove" viene fatto un prodotto, e se viene commercializzato in modo equo, sono questioni sempre più importanti.

Vediamo alcuni punti fermi, oramai assodati:

1. Il luogo di origine (Made In) è uno degli elementi che il consumatore prende in considerazione per la scelta di acquisto, a volte facendo perfino distinzione tra luogo di "design" (progettazione, ideazione) e luogo di effettiva produzione.

2. Il concetto di Paese d' Origine si sta definendo sempre meglio. Nel tempo infatti si è assistito ad una progressiva identificazione tra brand e alcuni Paesi: Italia-Design, Francia-Moda, USA-Entertainment,...
Questo non è più sufficiente, perché i singoli brand devono dimostrare di avere una vera connessione col territorio, col Paese di Origine.
Non è più sufficiente raccontare che sei un marchio della moda italiana, ma è centrale mostrare dove la collezione viene disegnata, dove viene prodotto il capo venduto.
L'autenticità fa la differenza. Il consumatore, soprattutto quello del lusso, pretendono una relazione autentica tra Brand, design, produzione e storia.

3. Il consumatore ha ben chiaro i paesi di origine dei prodotti "migliori": USA, Francia e Italia sono in testa ai desideri del consumatore. L'Italia, come si sa, per la moda e il cibo, mentre non ha una forte reputazione per la tecnologia. Interessante notare come il consumatore dei paesi più ricchi e sviluppati, dia meno peso a questo aspetto, che invece è tanto più importante quanto vengono presi in considerazione mercati meno sviluppati e più periferici.

4. Per fortuna nostra (di italiani) il consumatore assegna reputazioni diverse ai paesi quando li si considera in modo "generico" ovvero quando li si valuti come "Paese d'Origine".
Vediamo perché, facciamo un esempio: il paese che ha la reputazione migliore al mondo è la Svizzera, che viene considerata un ottimo posto dove vivere, per il suo sistema di valori, un buon posto per fare affari, fare turismo, per le attività culturali, ecc.
Nonostante questo la Svizzera non ha una forte reputazione come Paese d'Origine, se non per alcuni prodotti molto di nicchia, infatti in Svizzera non ci sono abbastanza brand eccellenti tali da determinare un primato della nazione alpina.
All'estremo opposto si trovano alcuni paesi orientali, che stanno in fondo alla classifica della reputazione generale, ma sono invece considerati in tutto il mondo degli ottimi Paesi di Origine (Made In) per la qualità dei loro prodotti, soprattutto elettronici (tra questi posso citare la Corea del Sud, ma anche la Cina).
Questo è talmente vero che perfino la Apple dice dei suoi prodotti "Disegnato in California e assemblato in Cina".

5. Sempre per nostra fortuna (di italiani) esiste una relazione positiva tra il numero di brand affermati e di successo in un determinato settore merceologico, e la reputazione del Paese d'Origine (Made In).
L'America ha tanti brand di successo mondiale e ha una alta reputazione come paese Made In, la Germania ha una forte reputazione per l'Automotive, e l'Italia è leader per Food (con la Francia) e Fashion (con la Francia).

Andrea Panato nel suo post solleva una questione centrale.
Ma dichiarare il "Made in Italy" è ancora così importante, oppure a certi livelli è più importante il singolo brand?

La mia opinione è che dichiarare il Made in Italy sia ancora un grosso vantaggio per i brand che vanno alla conquista dei mercati internazionali, visto che non tutti noi ci chiamiamo Prada o Ferrari.
Vanno però osservate alcune regole che a volte vediamo sottovalutate:

a - Autenticità.
Ne avevo già parlato affrontando il tema del turismo di lusso.
Il prodotto o il servizio (e qui io penso al servizio alberghiero, al progetto di un hotel, la sua gestione, la sua coerenza, il suo personale,....) devono essere autenticamente "Made In Italy".
Da questo punto di vista l'Armani di Dubai non è un hotel italiano, ma è autenticamente Armani.
Prodotto e servizio devono rispettare uno standard unico, riconoscibile ma soprattutto profondamente coerente e raffrontabile con la storia del Paese d'Origine.

b - Differenziazione
Il marchio "Made in Italy"  deve permettere di distinguere brand e prodotto da tutte le imitazioni, per approccio, storia, cultura.
Abbiamo discusso per quasi dieci anni con i migliori architetti italiani su quale fosse un vero Hotel Italiano, e la risposta ultima è che l'hotel italiano è quello fatto da un progettista italiano: ce l'hai nel sangue, nella storia di scuole di architettura eccellenti, una tradizione di ospitalità millenaria.

c - Standard di qualità
Significa sicurezza, artigianalità, eccellenza produttiva, trasparenza, verificabilità.
Se dichiaro di essere "Made in Italy" devo essere pronto a raccontare in modo trasparente la storia produttiva, devo essere verificabile dal mio consumatore.

d - Expertise
Farsi identificare come il migliore in una determinata categoria, meglio ancora se hai contribuito a definirla.
Ristoranti italiani in giro per il mondo ce ne sono molti, tanti quanti sono i cuochi italiani che hanno cercato fortuna all'estero. Ma un vero ristorante italiano deve mostrare l'eccellenza, il legame alla tradizione, l'utilizzo di ingredienti originali, ecc.

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Ma allora il pericolo che Andrea paventa nel suo post, c'è oppure è un pericolo sopravvalutato?
Credo che ci sia.

1. Un numero crescente di aziende sono costrette a portare la produzione del "Made In Italy" fuori dal confine nazionale, questo può avere degli effetti negativi laddove l'autenticità viene messa in dubbio dal consumatore.

2. Questo fenomeno depaupera il nostro paese di capacità produttiva qualificata (identificabile nell'artigianalità della nostra manodopera)

3. C'è la tendenza a rincorrere le mode d'oltreoceano, sollecitando l'investimento in start up innovative (dove l'innovazione viene misurata nel numero di chips e cablaggi utilizzati), mentre si dovrebbe favorire start up che siano innovative nel prodotto e nel processo produttivo ma in settori (food, fashion, design, arredamento, ecc.) dove siamo bravissimi: una bravura che ancora ci viene riconosciuta in tutto il mondo, e portando i capitali ad investire in attività più tradizionali, possibilmente apportando quella capacità manageriale che in generale nelle aziende italiane manca.

Dobbiamo ricordare con chiarezza che la globalizzazione ha fatto sì che anche una piccola nicchia abbia come potenziali clienti milioni di consumatori in tutto il mondo.
























sabato 20 settembre 2014

Imprenditori Anonimi - Per capire quanto è dura fare quella vita

Riporto qui l'articolo di The Economist del 20 settembre 2014

IMPRENDITORI ANONIMI


SEVEN years ago Joe Jones (not his real name) left his job with a big NASDAQ-listed company to strike out on his own. He was sick of corporate life and he wanted to test his inner mettle. But being an entrepreneur proved far harder than he had imagined: a succession of potholes, speed bumps and dead-ends rather than a high road to prosperity. He found he had “lost his levers of control”: all the things his former employer had provided for him, from administrative support to a social network. He had to learn how to do all sorts of things he had not thought about before. The responsibility of meeting his payroll was “overwhelming”. The worry about every detail of his life—could he afford to keep his car, or pay the mortgage on his house?—was all-consuming. He took to drinking. Mr Jones eventually joined Alcoholics Anonymous and turned his business into a success. But many other would-be entrepreneurs have not been so lucky.
It is fashionable to romanticise entrepreneurs. Business professors celebrate the geniuses who break the rules and change the world. Politicians praise them as wealth creators. Glossy magazines drool over Richard Branson’s villa on Lake Como. But the reality can be as romantic as chewing glass: first-time founders have the job security of zero-hour contract workers, the money worries of chronic gamblers and the social life of hermits.


Phil Libin, the boss of Evernote, a document-storage service, says that “It is amazingly difficult work—you have no life balance, no family time, and you will never work harder in your life.” Aaron Levie, a founder of Box, a cloud-storage firm, says he spent two and a half years sleeping on a mattress in his office, living off spaghetti hoops and instant noodles. Vivek Wadhwa, an entrepreneur turned academic, had a heart attack when he had just turned 45, after taking one company public and reviving another.
Over half of American startups are gone within five years. Most of the survivors barely stumble along. Shikhar Ghosh of Harvard Business School (HBS) found that three-quarters of startups backed by venture capital—the crème de la crème—failed to return the capital invested in them, let alone generate a positive return. In 2000 Barton Hamilton of Washington University in St Louis compared the income distributions of American employees and entrepreneurs, and concluded that the latter earned 35% less over a ten-year period than those in paid jobs.
Even success can turn into a different sort of failure. The best way to avoid the loneliness of the long-distance entrepreneur is to found your company with a friend. But this frequently leads to quarrels about power, titles or money, as anyone familiar with the story of Facebook will know. The best way to cope with growth is to take on more investors and introduce more professional managers. But this usually leads to a loss of control: few founders are still CEOs when their companies go public.
Such a roller-coaster would impose an emotional strain on even the most balanced people. But it seems the average entrepreneur is far from balanced. John Gartner, who teaches psychiatry at Johns Hopkins University medical school, suggests that a disproportionate number of entrepreneurs may suffer from hypomania, a psychological state characterised by energy and self-confidence but also restlessness and risk-taking. Numerous studies confirm, at the least, that they are prone to over-optimism. Guy Kawasaki, a venture capitalist, says that when an entrepreneur promises to make $50m in four years he adds one year to the delivery time and divides the revenue by ten. Venture capitalists often use personality tests to distinguish between the merely over-optimistic and the completely delusional.
What can be done to deal with the dark side of entrepreneurialism? Mr Wadhwa urges company founders to have regular medical checkups, make time to exercise and learn to relax. “You may not believe in anything called a work-life balance, but your body certainly does.” Mr Jones suggests that people who start their own companies need to think hard about constructing social networks: the idea that they can succeed in splendid isolation is a dangerous illusion. They need friends to lean on, and mentors to guide them. The Entrepreneurs’ Organisation (EO), which has more than 10,000 members in 46 countries, organises meetings in which they can talk about their emotional as well as their business problems. The Kauffman Foundation, an American non-profit which studies and promotes entrepreneurship, provides online courses on “surviving the entrepreneurial life”.
Learning by being thumped
Company founders need to have a more realistic assessment of what it is like to fail. Management literature is full of guff about how entrepreneurs should embrace failure as a “learning experience”. But being punched in the face is also a learning experience. Dean Shepherd of the Kelley School of Business at Indiana University argues that the entrepreneurs who fail frequently go through a process that is similar to grieving after a death or divorce. Some bury themselves in the details of putting their lives back together. Others fixate on their loss. He argues that they must learn how to repair their lives and cope with their loss if they are to restore their fortunes and learn from their mistakes. Glib talk about “failing fast” hardly encourages this.
The paradox of the current, romantic view of entrepreneurs is that it leads us to undervalue their achievements. It is easy to envy people if you focus on a handful of success stories. It is easy to say, as Barack Obama did, that “If you’ve got a business—you didn’t build that. Somebody else made that happen”, while ignoring all the edifices that have fallen down and crushed those who devoted their lives to building them. Would-be entrepreneurs need to have a more measured view of the risks involved before they start a business. But society also needs to have more respect for people who put their lives on the line to build something from nothing.

venerdì 19 settembre 2014

TD LAB


Un paio di giorni fa ho partecipato ad una mezza giornata di studio sul tema della promo-commercializzazione on line del turismo italiano.

Sono andato per curiosità e per salutare qualche amico, visto che ero già a Roma per altre faccende.
Non ho fatto nessuna fatica ad iscrivermi, nè sono stato in alcun modo selezionato. Chi si lamenta di non aver saputo dell'iniziativa non usa adeguatamente (o non usa affatto) twitter. (E siccome a me le polemiche non piacciono, soprattutto da parte di chi si laurea e il giorno dopo è DG di una azienda pubblica... lasciamo stare).

A presiedere c'era Stefano Ceci, che in questo periodo sta ricevendo le critiche più feroci.
Coordinavano la giornata Sergio Cagol e Roberta Milano.
Era presente anche Andrea Babbi, oltre ad una bella schiera di esperti e giovani del digitale turistico, dal Trentino alla Puglia alla Sicilia.






Un primo semplice commento: ho visto gente che ha voglia di fare, che sente la responsabilità di quello che sta facendo, per alcuni aspetti magari è inesperta, ma molto meglio inesperta piuttosto che esperti come il gatto e la volpe.

Questi del TD LAB sono persone che ce la stanno mettendo sinceramente tutta.
E se a qualcuno verrà proposto un "posto" dopo aver dimostrato che sanno fare, dopo che se lo saranno meritato, bene, vorrà dire che l'Italia sta cambiando.

Molti dei contenuti proposti mi piacciono. La strada che stanno percorrendo è chiara, palese, esplicita.
Il desiderio di essere pratici e concreti è chiarissimo.

Vogliono portare la commercializzazione dentro ad un sistema di promozione che non sia una banale e inutilizzata vetrina di articoli giornalistici sulle bellezze italiane costata 20 milioni di Euro dai tempi di Berlusconi, Rutelli, Brambilla. VERGOGNA.

Il mio commento sul loro lavoro l'ho espresso pubblicamente quel giorno, e spero trovi spazio nella nuova versione del documento di lavoro.

Il cambio di ministro si sente. E la presenza di un manager con esperienza imprenditoriale anche.
In precedenza solo sotto la guida di Gnudi si era tentato qualcosa di simile, ma con meno forze, meno mezzi, meno spinta dal ministro. Sui ministri precedenti e successivo stendiamo un velo pietoso, la critica a Letta era ed è anche per quello che non si è fatto per un anno circa per il nostro turismo.

Quelli del TD LAB ce la faranno? Non so so. Speriamo. Oggi una sola parola. Auguri.

Ho la netta sensazione che per gli aspetti trattati dal TD LAB il "pubblico" oggi sia anni luce più avanti dei privati, che negli ultimi 20 anni di storia del turismo italiano, hanno mostrato tutto il loro fallimento in termini di innovazione, e di comprensione di come evolveva il mondo.

Ed è anche ora che certi Presidenti (apparentemente eletti a vita) lascino spazio a persone più giovani.








domenica 14 settembre 2014

Alison Deighton e Ian Taylor

(Disclaimer: considero Marco Cremaschi, Davide Cornago, e Angela Barbanente dei cari amici, sebbene un po' lontani dopo tanti anni che non ci si vede, e questo non mi tratterrà da dire chiaro cosa penso, sicuro che non perderò la loro stima)

Ho iniziato a commentare la vicenda di Alison Deighton fin dal giorno in cui se n'è parlato sui giornali.
E la prima ovvia reazione è che questa pubblicità fa un danno alla capacità dell'Italia di attrarre investimenti stranieri.
Una pessima risposta anche il ricorso alla magistratura penale... il messaggio agli investitori è più che chiaro, e operatori in crisi di liquidità, con trattative in corso con investitori internazionali non troveranno giovamento da queste vicende.
[tutti noi sappiamo che gli investimenti diretti in Italia sono caduti drasticamente,ed invece ne abbiamo un forte bisogno]

Di fatto il centro di tutto sta in quello che viene denunciato da imprenditori di ogni sorta: Rana che ha impiegato 9 mesi a fare uno stabilimento in USA e 9 anni a Verona. L'Esselunga che trova mille impacci... situazioni di incertezza confermati da architetti ed albergatori, e nel frattempo gli amici degli amici che riescono a intervenire e deturpare le bellezze d'Italia.

Io mi occupo di turismo (dell'hardware dell'ospitalità), faccio o analizzo business plan che spesso non stanno in piedi, perchè rendere economicamente sostenibile un investimento nel turismo è difficile, qualsiasi cosa ne pensino quelli che guardano alle operazioni dal di fuori.

Se fosse facile, infatti, non si spiegherebbe come mai gruppi come Una, Boscolo, THI, ATA sono in grande difficoltà.

Venendo alla vicenda pugliese, e non conoscendo della stessa che le notizie apparse sulla stampa, io vedo un problema. Uno solo. Quello dell'incertezza delle decisioni.

(Ricordo che la mia tesi di laurea si occupava della "Discrezionalità nell'attuazione della pianificazione urbanistica". Era il 1980. Aver affrontato quel tema mi ha portato molte critiche da parte dell'accademia, che ha rinunciato frettolosamente a me. (Affari miei, pazienza).
Peccato che oggi a 34 anni di distanza il tema della pianificazione, della decisione, della discrezionalità, delle procedure, dei cavilli, dei ricorsi, del TAR e del Consigio di Stato, siano ancora centrali. Anche in questa vicenda.

Se compro un terreno (quasi 10 anni fa) e quel terreno è edificabile, immagino siano previsti limiti e vincoli al suo uso.
Come "investitore" li analizzo e decido se accettarli o no.
Invece mi sembra di capire che devo acquistare, fare un piano il quale "forse" potrebbe essere approvato o no.Incertezza che condiziona moltissimo l'agire degli investitori, confermata esplicitamente dalla dichiarazione di Angela Babanente:

"Infatti l’area di Nardò risultava edificabile per il Piano regolatore generale, ma esso non era adeguato al Putt/P. Se chi ha venduto alla signora il terreno non le ha chiarito l’incertezza sullo stato giuridico del suolo, ha omesso di precisare una cosa fondamentale”

Questo modo di procedere non è accettabile in nessun posto del mondo civile. Questo rende l'Italia incivile.
Investire è un'attività di per sé incerta. Tutto quello che aumenta l'incertezza allontana l'investitore.

Lavorando tutti i giorni gomito a gomito con progettisti ed investitori nel settore turistico, ho la netta sensazione che la capacità di buone relazioni sia fondamentale per vedersi approvato un progetto oppure no.

Per questo io oggi sto dalla parte della sig.ra Deighton, per quello che ho capito, ovviamente, perché è inaccettabile che dopo 6,7, 8 anni non si sappia se posso o non posso costruire quello che ho in mente.

Mi fermo. Valutazioni di merito non ne faccio, non è compito mio, e non ho abbastanza elementi.
Compito mio a volte è suggerire ai miei clienti se investire in Italia o no... e lo faccio in coscienza, a volte a malincuore. E quando vedo che anche Ferrari sceglie la Spagna (Barcellona) per un mega intervento, allora mi dispero per il futuro di questo nostro paese.

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Su un secondo punto vorrei che voi tre cui ho dedicato il post, faceste una riflessione.

In Italia la dimensione media delle imprese è molto limitata, così come sono piccoli i lotti di terreno su cui intervenire, si fanno operazioni modeste, come sono modeste le dimensioni dei cosiddetti imprenditori.

Nel resto del mondo hanno molto chiaro cosa significa economia di scala. Sanno fare business plan che stanno in piedi. Noi no. Chi è intervenuto in passato, forse accecato da speranza di arricchimenti miracolosi, ha fatto errori e buchi nell'acqua.

Spesso sono le amministrazioni pubbliche che sostengono il mini e il micro, e non favoriscono interventi più importanti. Quella strada si è rivelata economicamente sbagliata, porta a strutture che non sono in grado di offrire servizio di qualità, prevedono autosfruttamento da parte dei proprietari, e alla fine il fallimento del progetto.

Nel turismo propongo di mettere una soglia minima di 80 camere per gli hotel, nelle "stagionali" anche 120, eliminando tutte quelle cosine piccole che deturpano il paesaggio e non danno alcun sostegno all'economia.... solo così il turismo da attività semi-amatoriale, basata su pensioncine e bed and breakfast diventerà una attività economica con spalle robuste.

Sennò ci troveremo in agosto ad affittare i garage di Gallipoli, ma nel periodo di bassa stagione la Spagna (Croazia, Grecia, Turchia, Albania, Montenegro, ecc. ecc.)  ci farà un ..... tanto.

(disponibile a parlarne a quattr'occhi, all'università, in regione , ovunque vorrete... con la consapevolezza che di turismo e urbanistica siamo 3/4 in Italia che ce ne occupiamo a tempo pieno, e francamente è un peccato)

P.S. = Solo per vostra informazione, oggi la mia attenzione è rivolta a Albania, e Bulgaria, oltre che Algeria e Tunisia per i mercati di cultura araba. In quelle zone interventi dai 100 milioni in su sono all'ordine del giorno, e devo dire che sono interventi di alta qualità, ben progettati, come le nostre coste non sono mai state.
Noi invece riusciremo a conservare borghi ed ulivi (cui anche il turista tiene moltissimo) ma moriremo per assenza di investimenti.









Piccolo è brutto.

(i fatti raccontati in questo post sono realmente avvenuti, per amor di patria tengo nascosti il Chi e il Dove, il mio ospite fraterno non se ne abbia a male, purtroppo sono cose che capitano quando...)

Un caro amico mi ha invitato ad una festa di compleanno, così dopo una giornata di viaggio, mi sono sobbarcato un altro po' di chilometri per raggiungere il luogo della festa, un B&B che Tripadvisor segnala come "eccellente" oltre 150 volte, buono 6, medio 3, nessun commento negativo.

Imposto il navigatore che però mi fa uscire al casello sbagliato, così dal casello alla destinazione ci metto più di mezz'ora. Il luogo è davvero sperduto, dal centro della città poco che ci voglia, servono 20 minuti, gli ultimi due chilometri sono di una stradina sterrata, con una pendenza impressionante, dove due auto si incrociano a malapena. E' buio e guardo se c'è segnale, ovviamente Vodafone non mi dà linea.

Arriviamo. In fondo ad una valletta in mezzo a dei filari tenuti molto bene, si presenta un ampio parcheggio, con prato all'inglese, ed una casa, non grande, ma subito si capisce l'amore e la cura con cui è stata ristrutturata.
L'accoglienza è "esclusiva" se non altro per i pezzi in argento, i quadri preziosi, l'arredo curato, il restauro sapiente.

Come avevo notato la casa è "piccola", ingressino e saletta non tengono in piedi più di 10-15 perone. Una struttura tipo gazebo, in plastica, chiusa, con dei "funghi" accesi che scaldano, la musica e quattro salti permettono di star bene all'aperto anche se fa frescolino.

Vengono aperte con una buona continuità delle ottime bottiglie di vino, non mi sono fatto negare svariate mescite di un ottimo prosecco, mentre viene servito del cibo non all'altezza del luogo e delle aspettative (e della classe del festeggiato).

Il padrone di casa è un medico in pensione che ha perseguito il progetto del B&B senza badare a spese.
La casa la gestisce con una moglie molto graziosa e due figli 25-30 enni.

Ci fa visitare le camere, che sono un incanto. Capisco perché gli sono costate un'occhio della testa.
Le camere sono 7 e quella sera dei primi di settembre in una città che probabilmente fa la massima occupazione dell'anno, ne ha solo una occupata.

Torno a guardare come viene promossa la struttura in Internet, ma non mi ricordo il nome. A ripensarci non ha né un buon nome, né un logo memorabili. Come spesso accade, l'architetto ha speso tutti i soldi, e non ne ha lasciati per il marketing.
Su booking viene classificata sotto un paesino alle porte della città, così che chi cerca un hotel in città non potrà mai trovare questa struttura.

Poi i prezzi sono decisamente importanti, da 150 € a 225 €, a quel prezzo in centro città si trovano delle ottime soluzioni. Il 5 stelle L più importante vende a 275 €, con un servizio perfetto offerto da una grande catena internazionale.

Quindi scuoto la testa.

Pro:
1. Restauro inimitabile
2. Arredi esclusivi
3. Ambiente famigliare
4. Silenzio e pace

Contro:
1. Difficile da raggiungere da autostrada, con stradina pericolosa, non oso pensare con pioggia o neve
2. Lontana dal centro città, non permette di vivere la città (passeggio, negozi, monumenti)
3. Nome e brand inesistenti
4. Poche camere (sette) per una redditività limitata
5. Cucina amatoriale, molto peggio di quella di mia mamma, che è bravina, ma ha anche 88 anni.
6. Prezzi inadeguati al prodotto, ma soprattutto al servizio.

Negli ultimi anni è accaduto sovente che professionisti o imprenditori abbiano fatto la scelta compiuta da questo medico in pensione, investendo tantissimi soldi, che non torneranno mai, rincorrendo i sogni di architetti che hanno incontrato la gallina dalle uova d'oro.

E' il solito ritornello che sta facendo fallire questo nostro paese.

Le società sono di numero dispari, ma tre si è troppi. Siiii, loro hanno fallito ma io so come fare. No un business plan non lo pago, non serve. Mi sono innamorato di un posto unico, incantevole. Facciamo noi, come a casa.... ma il cliente paga, non sei la mamma alla quale si perdona se il riso è scotto. Piccole strutture, questi erano i soldi che avevamo, anzi abbiamo speso molto più di quanto pensavamo (ovviamente). Il comune, la sovraintendenza, le autorità non ci hanno permesso.

In sintesi. Oggi il Times dice che "i ranger italiani che hanno ucciso l'orsa sono degli inetti".

Ci sono italiani capaci ed eccellenti, che poi sono degli inetti se fanno quello per cui non sono preparati.
Spesso il turismo viene lasciato agli amatori, invece per una grande industria turistica serve una grande visione, una grande professionalità, e una attività di successo scalabile.

Invece (e qui addosso tutta la colpa a certa politica) si rincorrono le mode e si favoriscono, anche per meri calcoli elettorali, progetti "piccoli" gestiti in modo amatoriale.
Sarebbe ora di smetterla. Mi aspetto che Governo e Regioni capiscano che il successo del turismo italiano non può basarsi su questa pletora di cosine piccole, che operano al confine della legalità, senza le medesime regole cui devono sottostare gli hotel.

Anche le banche hanno una bella responsabilità.
I soldi per finanziare un medico che riceve una lauta pensione dello stato li mettono a disposizione. Invece per fare investimenti a rischio per giovani intraprendenti no.
Anche lì si deve cambiare. Anche in questo Stato e Banca d'Italia hanno forti responsabilità. Per chi riesce a vederle.