domenica 24 agosto 2014

Piccolo piccolo piccolo

Caro Franceschini,

a me la sua intervista su La Stampa è piaciuta. Le cose che sta facendo vanno bene, ma non sono sufficienti. Per il turismo serve più coraggio. Modificare norme e dare una visione di medio lungo periodo.

Nessuno in Italia vuole gli hotel tutti uguali di New York e di Singapore, o i mega hotel delle coste spagnole, anche se, dobbiamo riconoscere, i danni alle coste li hanno fatti prima gli italiani degli spagnoli. E quel prodotto di massa, per quanto brutto come quello qui in foto, da rifiutare, sta dando buoni risultati economici... quindi va studiato e valutato.


Quello che serve oggi è uno sforzo di pianificazione dello sviluppo turistico delle principali località con una visione a 10/20 anni.

Per far cambiare le località turistiche che danno o potrebbero dare ottimi risultati economici, si dovrebbe intervenire con una priorità per il SUD, la MONTAGNA e LE TERME.

Il Sud perché lì il turismo non va bene, ed invece potrebbe diventare una vera e propria industria.
La Montagna perché sta vivendo una rinascita che andrebbe favorita e sostenuta.
Le Città Termali (Abano, Salsomaggiore, Montecatini, Fiuggi,...)  perché hanno delle potenzialità straordinarie, uniche, anche se ad oggi non hanno ancora compreso quale strada seguire per ricollocarsi sul mercato.

a) con piani del territorio turistico, che permettano di coordinare gli interventi edilizi. L'esempio principe è stato Jesolo. Valutare i vantaggi e svantaggi di quel piano potrebbe essere un utile punto di partenza. Invece l'immobilismo o peggio l'anarchia di buona parte del territorio (soprattutto costiero) italiano non sono esempi da continuare a seguire.

b) con leggi in materia di "fondi comuni di investimento alberghiero" che favoriscano l'aggregazione e gli interventi coordinati di un unico soggetto, e contemporaneamente la raccolta della finanza necessaria per interventi così complessi

c) con facilitazioni fiscali per chi rinnova la città turistica riducendo i contributi a fondo perduto. Non solo e non tanto per chi semplicemente innova una struttura alberghiera, ma soprattutto per chi ha una visione di medio periodo che richiede ampi investimenti e darà ritorni incerti per lunghi anni

d) pensando in grande, con l'obiettivo di ridurre tutti i costi (fondiari, finanziari, gestionali, ecc.) diventando competitivi, anche con un prodotto di maggiore qualità, ma destinato ad un grande pubblico. Questo non vuol dire casermoni inguardabili tipo anni Sessanta, ma strutture architettonicamente qualificate, e che permettano economie di scala e gestionali. Ricordi che fra pochi anni l'aereo medio sarà di 400 posti.

Nella sua intervista lei cita l'hotel diffuso. Conosco l'argomento e comprendo la preoccupazione di vedere decadere piccoli borghi sparsi in zone magnifiche delle nostre colline e montagne.
Anche per me questo è un tema affascinante.
Richiamo però la sua attenzione sulla necessità che incentivi ed investimenti pubblici diano dei risultati in termini di PIL e occupazione (altrimenti che cosa li facciamo a fare?). Non ci possiamo più permettere di sostenere con denaro pubblico la gestione fallimentare dei privati. Invece fino ad oggi i soldi pubblici sono andati a ripianare iniziative semitruffaldine dei privati.

Per questo prima di investire dei denari o dare dei contributi, è opportuno che si siano valutati Studi di Fattibilità economica che reggano davvero alla prova del mercato.
Temo che in tema di albergo diffuso i risultati economici siano molto modesti. Così come sono modesti i risultati dello sviluppo dei B&B o degli agriturismi che prosperano solo perché fanno un'attività alberghiera senza doversi confrontare con le norme ed i vincoli propri degli hotel.
Invece a parità di attività, si dovrebbero applicare le medesime norme.

Allora invece di contributi, credo più opportuno azzerare per un periodo anche lungo le tasse per chi fa investimenti importanti (il limite dei 660.000 € previsti nel Decreto Cultura è evidentemente troppo basso)

Contemporaneamente, non sono d'accordo quando si danno 24 milioni di contributo pubblico ad una srl di proprietà araba, per fare un hotel di gestione americana, destinato ad una clientela prevalentemente estera.

L'esempio della Perla Ionica dice molto anche della qualità (modesta) degli imprenditori italiani, ma dice anche che per una sostenibilità economica di operazioni italiane si devono far intervenire entità estere, che se lo fa un italiano si chiama esterovestizione, se lo fa un forestiero genuino, allora è benvenuto e gli diamo anche 24 milioni di premio.

Fossi Federalberghi mi arrabbierei per la concorrenza sleale.




Mi permetta quindi di pensare male (farò peccato ma sicuramente ci prendo) e di dire che quest'operazione è stata possibile solo perché il compratore ha sede principale all'estero, e lascio agli amici commercialisti spiegarle le conseguenze di questo fatto.

Concludo dicendo che condivido il suo impegno per la cultura e per la promozione del turismo, credo anche che sia il momento di guardare al medio e lungo periodo del territorio turistico italiano, non preoccupandosi se fra 3 anni ci saranno le elezioni ed i risultati del suo intervento si vedranno fra 5 o 7.

E' un momento difficile, di crisi, e di cambiamenti. Serve coraggio.














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